VALERIA PARRELLA, TROPPA IMPORTANZA ALL’AMORE

di ENZO SALERNO

VALERIA PARRELLA, TROPPA IMPORTANZA ALL’AMORE, TORINO, EINAUDI, 2015

Conviene fidarsi leggendo il ‘suggerimento’ al lettore nella bandella di copertina di Troppa importanza all’amore, ultimo libro di Valeria Parrella. Fidarsi, in particolare, del virgolettato dell’autrice quando parla del racconto – come genere letterario – definendolo “misura 6237703_387627giusta per i nostri giorni” e quando poi passa a spiegare le ragioni del suo ‘narrare’: perché meglio si addice alla natura sfuggente e veloce della nostra quotidianità; perché bene si presta al suo interesse per “gli esseri umani” e per le battaglie solitarie che combattono; e soprattutto perché crede che “il racconto sappia parlare di amore così come l’amore è: incompleto e sghembo”.

  La narrazione breve può davvero essere considerata la forma narrativa più felice – e in assoluto, quella più ricorrente – della scrittura di Valeria Parrella. Dopo gli esordi con le raccolte mosca più balena e Per grazia ricevuta  – e le prove comunque convincenti dei romanzi, se si pensa a Lo spazio bianco o al più recente Tempo di imparare, agli scritti teatrali e ai testi su musica – il ritorno al racconto con questo libro. Otto storie – già pubblicate, riviste per l’occasione o inedite – compongono l’indice e una di queste, “Troppa importanza all’amore”, dà il titolo alla raccolta. L’amore è la traccia principale di lettura ma non il solo ‘sentiero’ da seguire. L’amore, in molti casi, offre piuttosto il pretesto per poter parlare anche d’altro: senza voler svelare troppo delle trame di ciascun testo, Parrella racconta della difficoltà dei rapporti umani e sentimentali – “Il giorno dopo la festa” – di nascite, abbandoni e ‘rinascite’ a nuova vita – “Gli esposti” – del tempo infinito degli ergastolani – gli “immortali” di “99/99/9999” – del confine labile e indefinito che divide – e che confonde – ciò che è vita e ciò che è morte, nelle pagine conclusive de “L’ultima vita”.

   Napoli è lo scenario predominante nella maggioranza dei racconti e però vanno pure ricordate le rappresentazioni degli ‘interni’della Liverpool di “Behave”; non è casuale, del resto, che per gli inglesi la città dei Docks costituisca la ‘gemella’ del capoluogo campano. E ancora c’è – dato comune e costante in tutti i racconti di Parrella – la lingua di Napoli: non il dialetto ma la ‘parlata’ delle tante “figlie di avvocati che suonano le nacchere”.

   Linguaggio bello e originale, quello che Valeria Parrella usa per dar voce ai suoi personaggi e che, forse, costituisce la soluzione stilistica più efficace nella sintesi narrativa e descrittiva delle storie che disegnano il mosaico di Troppa importanza all’amore. “Prima di scendere verso la marina ci fermammo a prendere un caffè in una botteguzza che non pareva mai di stare a pochi chilometri dalla più bella cala della Costiera, e l’inadempienza della barista era tale che rese subito il caffè romantico. Fu allora che percepii chiaramente che non stavo sulla moto del mio fidanzamento liceale, perché sentii compresse all’unisono le natiche, e la curva lombare e le prime vertebre e Sì, pensai, mo mi viene la sciatica”.

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *