UNA SCUOLA VERSO IL BARATRO NEOLIBERISTA

L’articolo di Emanuela Di Caprio, nella tradizione di cgmagazine.it, esprime il pensiero dell’autrice e non è la linea del giornale, che si fregia di non averne. L’unica linea che abbiamo è quella di volere una scuola pubblica che funzioni bene e che formi uomini, cittadini e persone competenti per il lavoro. Tutto qua! L’articolo della nostra Emanuela è però rappresentativo di tanti docenti della scuola italiana che, a vario titolo, sono arrabbiati contro il potere, oggi incarnato da Renzi, ieri da altri. Buona lettura (Alessandro Turchi – Direttore di cgmagazine.it)

EMANUELA DI CAPRIO

Purtroppo col passare dei mesi l’attacco alla scuola pubblica italiana non si ferma, i vari diktat, che attraverso la Ministra Giannini, escono dalla subdola mente dei suoi consiglieri,  sono da considerarsi vere e proprie rivoluzioni avendo un preciso disegno che incastra perfettamente i vari puzzle del mosaico, e che se attuati minerebbero le fondamenta dell’Istruzione in Italia. Si intravede in questo disegno ollogola volontà, ora nemmeno più tanto velata, di recepire le metodologie che gli americani applicano alla scuola pubblica (non pagata dallo Stato, ma sottoposta alle elargizioni dei diversi Distretti): una preparazione di base ancorata ai saperi locali, con gli insegnanti chiamati dai presidi e scelti a seconda di criteri incerti, con piani di studio decisi da Comitati locali; tutto questo in contrapposizione alle ottime scuole private finanziate sia dai fruitori stessi che da lasciti e donazioni di privati. Dopo diversi studi volti a misurare la preparazione degli alunni americani frequentanti la scuola pubblica e il risultato negativo di questi, che pose gli alunni degli States ai livelli più bassi dell’istruzione confrontando i risultati raggiunti con quelli di altre nazioni, gli americani   pensarono ad una riforma che potesse ridurre il gap delle loro scuole rispetto alle altre. Ne è un esempio la No Child Left Behind (NCLB) , la riforma del sistema scolastico americano approvata pressochè all’unanimità dal Congresso e ratificata dal presidente Bush nel 2002. Obiettivo dichiarato della legge il miglioramento della qualità dell’ostruzione pubblica, in particolare per gli alunni svantaggiati e le minoranze etniche, in realtà veniva introdotto il metodo della rendicontazione periodica. Arrivano  così i test uguali per tutti gli States: se non si raggiungono miglioramenti le scuole deficitarie devono essere completamente riorganizzate dall’autorità scolastica distrettuale e il personale interamente rinnovato.  Si arriva a cercare di attrarre gli alunni migliori sia selezionandoli all’ingresso che nell’accettazione in corso d’anno. Un’altra possibile anomalia sta nel diminuire l’incidenza degli alunni deboli sui risultati complessivi, per esempio assegnandoli a programmi di educazione speciale, il che li esonera dalla partecipazione alle valutazioni. In questo modo  gli insegnanti concentrano l’attenzione sulle aree curricolari oggetto di valutazione inducendoli così a ridurre lo spazio dedicato ad altre materie, con una conseguente restrizione del curriculum effettivamente insegnato. Si arriva addirittura a usare i test come unico strumento didattico. (Da “La scuola che verrà, test e meritocrazia in Usa”, di Francesca Nicola). Stiamo assistendo anche da noi ad una svolta, con la tagliola dei test prefabbricati che permetterà di premiare solo le scuole in cui i risultati ottenuti saranno soddisfacenti e consentirà allo Stato di ridurre i finanziamenti per tutte le scuole, ma anche di premiare solo qualche insegnante, senza rinnovare il contratto,  come già avviene se il docente non dedica alla scuola più tempo per Progetti o altro distogliendoli (è un caso?) dall’insegnamento vero e proprio. Un disegno quindi da non sottovalutare, forse perché, ancora una volta, sarebbe un ulteriore enorme taglio, ma sappiamo come i test non fotogrifino la situazione reale delle conoscenze e delle competenze degli alunni, diversi tra loro sia per le esperienze scolastiche che per i bagagli attitudinali.  In questo modo le scuole non meritevoli sarebbero costrette a rivolgersi a donazioni e finanziamenti di privati (come già sta succedendo in qualche Istituto o Scuola Materna). La privatizzazione offre risorse in cambio pubblicità e forse di poteri decisionali sul tipo di contenuti da inserire nel percorso dell’istruzione diversificando l’offerta formativa a seconda del tipo di regione e di risorse impiegate. Ovviamente si andrebbe verso un sistema di scuola-mercato che cancellerebbe in un solo colpo gli obiettivi primari su cui si basa il nostro modello scuola (copiato e preso d’esempio in tutta Europa, specialmente per quanto riguarda l’inclusione dei ragazzi con disagio) che sono quelli esclusivamente formativi (l’alunno e la sua educazione sono al centro del lavoro didattico) e non ultima la libertà dell’insegnamento. Inoltre fallirebbe uno dei principali welfare state europei e nello stesso momento cadrebbero quei valori di laicità e pluralismo caratterizzanti il nostro sistema educativo. In tutto questo si vede come sia in atto negli ultimi decenni lo smantellamento sistematico delle politiche socialdemocratiche a favore di quelle neoliberiste.

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