UNA PROFESSIONE INVISIBILE, QUELLA DEGLI EDUCATORI

 

di ROSA RUGGIERO

 

Quanto leggerete vuole essere un piccolo riconoscimento a quella che considero una delle figure più importanti, ma anche meno valorizzate, che il nostro sistema scolastico e di esistenza sociale possiede: l’educatore.

Chiunque ha nel proprio nucleo familiare una persona con disabilità o con un disagio fisico o psichico ha avuto modo di confrontarsi con questa figura.

Oggi una proposta di legge vuole cercare di regolamentare questa professione, con l’aspettativa di risolvere alcune ambiguità date da due percorsi universitari diversi per un identico lavoro: uno sotto la facoltà di scienze dell’educazione e della formazione e uno sotto la facoltà di medicina.

Ma la sensibilità si può regolamentare?

Gli educatori sono professionisti indispensabili, ma sono un esercito di invisibili, mal tutelati, mal pagati e soprattutto sottovalutati, costretti, dalle circostanze della vita, a cambiare lavoro, loro malgrado, quando le esigenze di una vita normale con magari a loro seguito una famiglia, li vede dover scegliere e optare per un lavoEDUCATORIro maggiormente remunerato oltre che riconosciuto con maggiori tutele.

Chi vive con un disabile è consapevole di quanto questa convivenza sia difficile, è un incontro-scontro continuo con una serie di emozioni che bisogna essere sempre in grado di gestire oltre che saper riconoscere per prevenirle.

Chi lavora nelle relazioni d’aiuto deve essere assolutamente consapevole di non poter prescindere da questo; bisogna essere capaci di offrire aiuto a chi a volte non è neanche capace di chiederlo o di riconoscere di averne bisogno. Non è un rapporto di potere, una costrizione, ma un’offerta costruttiva e silenziosa che traccia un legame invisibile di reciproca fiducia tra l’educatore e la persona in difficoltà.

Prendersi cura di una persona disabile significa partire dalla persona e non dal suo deficit; la disabilità non è un’etichetta ma è una condizione da cui partire per costruire abilità; in questo la figura dell’educatore diventa un ponte affinché il suo assistito possa sperimentare pezzi di vita.

Va da sé che è un lavoro che chiama in causa non solo la professionalità, data dai titoli e dai percorsi formativi, ma anche e soprattutto dalla persona nella sua globalità, sensibilità, equilibrio, capacità di esporsi.

Posto dunque che si voglia accettare l’etimo della parola educare che deriva dal latino ex ducere che significa tirar fuori ovvero venire fuori; ne consegue che la migliore funzione di un educatore è quella di aiutare la persona di cui si prende cura ad esprimere se stesso, permettendogli di sviluppare delle esperienze, senza mai sostituirsi ad esso, ma offrendogli un esempio a cui riferirsi, con cui potersi misurare, un buon esempio non imposto, ma che ponga l’accento sulla possibilità e soprattutto sulla capacità di scelta. Cura e protezione e non sostituzione per agevolare l’autonomia e non limitarla!

Questo è l’arduo e difficile compito che un educatore deve poter svolgere anche all’interno di un sistema sociale che il più delle volte non gli riconosce questo importante ruolo.

Chi scrive è consapevole di tutto questo perché ha vissuto in prima persona l’evoluzione sociale del proprio figlio affetto da autismo a seguito della bontà degli interventi posti in essere da un educatore speciale che ha fatto dell’amore verso il diverso la sua ragione di vita e che, con grande dignità, onora il suo lavoro con professionalità e sensibilità, credendo nell’unicità della persona. Si può non dare il giusto valore ad una professione così?

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