SUFFICIENTE A MIO FIGLIO? E IO SCHIAFFEGGIO L’INSEGNANTE !

di FLORIANA FILIPPONE

 

 

La valutazione del rendimento scolastico di un alunno è di certo tra le attività più difficili per un docente che, pur attenendosi alle rubriche di valutazione per essere equo ed alla propria esperienza per risultare obiettivo, sa che dal proprio studente e dalla sua famiglia quel voto, giudizio, appunto, verrà preso come valore attribuito alla persona e non, come dovrebbe essere, al compito svolto ed ai livelli di apprendimento raggiunti. Questo, certamente, avviene sia in casi di giudizi fortemente positivi che negativi ed anche se un docente, in quanto persona, può commettere errori, avere simpatie o antipatie, la valutazione espschiafforessa punta sempre ed esclusivamente al miglioramento del proprio allievo.

Certo, abbiamo appena descritto un docente modello, di cui la scuola italiana è ricca, ma c’è anche chi sbaglia: mestiere, giudizio, approccio empatico, metodo educativo. Ma, anche in casi rari come questi, è giusto rispondere ad una valutazione negativa con un’azione violenta? Le cronache recentissime hanno raccontato come in una scuola di Montoro, nell’avellinese, una madre scontenta del giudizio “sufficiente” attribuito alla propria figlia al culmine di una discussione con l’insegnante l’abbia schiaffeggiata. Immediate le denunce reciproche alle forze dell’ordine ed il caso è subito rimbalzato sulle cronache locali.

Probabilmente molti non ricordano che un docente per il primo comma dell’art.357 c.p. è pubblico ufficiale e già la Cassazione nell’aprile 2014 si era pronunciata rispetto ad un episodio di ingiurie rivolte da un genitore ad un insegnante definendolo appunto  “oltraggio a pubblico ufficiale”. Pur tuttavia quello che ferisce, lacera, un già complicato rapporto tra scuola e famiglia non è il semplice alterco tra due persone, ma l’enorme bagaglio di significato che un gesto così forte porta con sé. Non c’è bisogno infatti di esperti psicopedagogisti per comprendere che la messa in discussione di un’autorità è quanto di più pericoloso e controproducente un genitore possa fare. Aggredendo l’insegnante, al di là dei motivi di merito che potevano essere discussi con altre modalità più o meno formalizzate, la madre ha offerto a sua figlia un (cattivo) esempio sia in relazione al giudizio ricevuto (quale danno maggiore per l’autostima della bambina in questione?) che in relazione alla modalità per affrontare la questione: la prepotenza vince sul dialogo, la violenza come modalità espressiva e di rivendicazione.

Almeno noi che ricordiamo, ma senza nostalgia, ceci e bacchette, che nascondevamo l’orecchio rosso per le “tiratine” altrimenti a casa i genitori ci “tinteggiavano” anche l’altro, crediamo che i danni maggiori di questa vicenda oltre alla vituperata classe docente, oltre alla vessata scuola, li scontino, ancora una volta, quelli che prima di essere alunni sono i nostri figli.

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