SILVIO PERRELLA, LE OMBRE DELLA GAIOLA, NAPOLI, ILFILODIPARTENOPE, 2015

di ENZO SALERNO

 

La Gaiola – il parco marino sommerso che circonda due isolotti poco lontani dalla costa di Posillipo, a mezza via tra il Borgo di Marechiaro e la Baia di Trentaremi – è, per molti napoletani, un posto magico e sinistro. Magico per la bellezza delle acque, per le falesie di tufo giallo e per i resti archeologici che in quei fondali si sono conservati. Sinistro per le storie che si raccontano sulle morti misteriose o sulla sfortuna che – a voler credere alle credenze popolari – avrebbe perseguitato i diversi proprietari della ottocentesca Villa della Gaiola. Queste malefiche leggende Silvio Perrella le ha raccontate a Mirabella e Serafino, le due figurine “nomadi e camminanti” protagoniste del suo libro Le Ombre della Gaiola, prima che iniziassero il loro viaggio; il terzo, dopo quello compiuto dal ventre dei Decumani alla folta vegetazione della Vigna di San Martino nell’Aleph di Napoli; e successivamente nei simboli architettonici e nei segni della natura della città porosa ne L’alfabeto del mare.

Ancora una volta, come nelle passeggiate precedenti, il “rossiccio testimone” delle avventure dei due giovani innamorati fa capolino nella racconto, riannodando i fili delle tre storie e così aiutando il lettore a non perdere la ‘traccia’. Del resto, è lo stesso Perrella a definirsi un “lettore che scrive”: vale qui la pena di ricordarlo almeno per le belle pagine che ha dedicato, da lettore-critico, a Italo Calvino, a Goffredo Parise e a Raffaele La Capria; oppure per le incursioni nelle letterature straniere con le introduzioni alle opere di Oscar Wilde, Albert Camus e George Orwell.

   Viaggio onirico e inquietante anche nella trama: dovranno separarsi dalle loro ombre Serafino e Mirabella per poter esplorare, a nuoto, un luogo ‘incantato’ a due passi dal centro cittadino dove però l’acqua del mare era “trasparente e luminosa e fondo fatto di alghe e posidonie e qualche riccio e scoscendimenti rocciosi e tufo che veniva giù con dolcezza. E soprattutto pesci pesci”. Viaggio di scoperta – quasi dal taglio fotografico, sempre pensando ad un altro bel libro di Perrella, Doppio scatto – di spazi e di corpi, nel silenzio del mondo marino, “una forma di rispetto”, ma anche “lievito” da aggiungere ai rumori della terraferma.

enzo“Rimarrebbe da dire di alcuni riferimenti letterari che cifrano il racconto, di alcuni echi che lo percorrono dandogli una loro particolare vibrazione”, suggerisce di nuovo il cronista dai capelli color rame, “ma trattandosi di ombre, questa volta è più giusto tacere, lasciando a ogni lettore la sua pista e le sue deduzioni e soprattutto il libero godimento”. Dantesche – e di rimando a Borges – potrebbero dunque dirsi molte suggestioni di questa vicenda: se si pensa alle ombre, al percorso labirintico, all’inquietante custode, la cui identità è in conclusione rivelata proprio da Perrella su richiesta degli editori: si tratta dello scrittore Norman Douglas – “ghiotto di Mediterraneo e frequentatore di isole e costiere. Gli alfabeti gli piacevano, non solo quello che gli serviva per scrivere i suoi libri; trafficava anche con gli aleph, gli zenith, i sud, i nord, o demoni meridiani e le sirene” – uno dei proprietari della misteriosa villa della Gaiola.

L’ultima nota di rilievo – ma non per questo meno importante – deve essere dedicata all’elegante veste grafica del volumetto, che nasce nell’Officina-Laboratorio di Via Costantinopoli a Napoli dalle mani esperte di Alberto D’Angelo e Lina Marigliano, gli editori-artigiani de “Ilfilodipartenope”. E, come già successo per le ‘puntate’ precedenti, all’originale tratto dei disegni di Antonio Petti tocca il racconto visivo abbinato al testo scritto della storia di Mirabella e Serafino.

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