SCUOLA DELL’INFANZIA, QUESTA SCONOSCIUTA

di ELENA PAPPALARDO

 

Sono solita leggere le riviste scolastiche, ma con mia somma sorpresa quasi mai trovo spazi dedicati al lavoro degli insegnanti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria. Mi è quindi gradita l’occasione di raccontare del loro impegno professionale che, non si sa per quale recondita ragione, sia retribuito in maniera inversamente proporzionale al carico di ore di lavoro, rispetto a quelle dei docenti degli altri gradi di scuola.

In tenera età, alla cura di questi insegnanti vengono affidate menti fatte di terreni incontaminati da conoscenze apprese ‘in contesti formali’. Già questo rappresenta la prima gravosa responsabilità per un insegnante che solo se è intellettualmente onesto può condividere un percorso formativo eticamente corretto con i suoi alunni. La scuola è laica e il pensiero dei bambini deve essere lasciato libero da qualsiasi condizionamento, sia esso di natura politica, religiosa o culturale, pur nel rispetto dei profili in uscita reclamati dalla normativa scolastica.

I docenti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, nell’arco di poco più di un decennio, hanno dovuto mettere in discussione continuamente le loro progettazioni e il loro modo di ‘fare scuola’, alla luce delle riforme ordinamentali  e delle Indicazioni Nazionali che si sono succedute incessantemescuola-infanziante. Hanno frequentato corsi di formazione per aggiornarsi e si sono impegnati nelle sperimentazioni legate alle Misure di accompagnamento alle Indicazioni.

Queste ultime, pervase di sollecitazioni ad una didattica per competenze finalizzata alla certificazione delle stesse, ha ‘costretto’ (fortunatamente!) gli insegnanti a parlare un nuovo ‘linguaggio didattico’ e a tentare di innovare la metodologia nell’ottica del real life. Certo l’impresa è ardua, ma seppur per tentativi ed errori, instancabilmente essi continuano a provarci.

Lavorare per competenze in una dimensione cooperativa con studenti così piccoli non è semplice. Presto, i gruppi creati per affinità e vocazione, pur pullulando di idee, s’infiammano e bisogna gestire, ricondurre al dialogo e al confronto costruttivo gli alunni. I tempi sono lunghi, il lavoro è faticoso, ma l’idea di dovercela fare quasi da soli li stimola a prodigarsi al meglio anche per dimostrare di riuscire a raggiungere il proprio risultato, da strappare quasi come un trofeo.

L’insegnante sempre lì a dosare la sua presenza con l’assenza strategica, a guidarli ma nell’ombra, a coinvolgere chi per natura è gregario e a placare chi è ostinatamente leader. Quasi per magia, però, il prodotto finale di settimane spese a lavorarci compare, profumato dell’entusiasmo della certezza di avercela fatta. Le aule si tappezzano dei ‘loro trofei’, si colorano di cartelloni, quadri, mattonelle decorate ecc… e al mattino è ancora più bello tornare in classe.

Tutti hanno avuto successo e il ‘trofeo’ è appeso al muro, una nuova esperienza è archiviata nel cassetto dei ricordi… il gioco è fatto e nuove competenze sono state sviluppate e/o acquisite!

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *