PERCHE’LA GUERRA DEI DIRIGENTI SCOLASTICI CONTINUERA’

 

Alessandro Turchi

Strana gente i dirigenti scolastici. Gli insegnanti spesso pensano di poterne fare a meno… per alcuni di loro, infatti,  la scuola è entrare in classe e fare lezione, tutto il resto, riunioni, programmazioni, organizzazione, corsi e progetti, collegialità, contrattazione, negoziazione, sicurezza, scelte strategiche, sono enormi sciocchezzai ad uso della voglia di potere di questi ex presidi. Qualche docente, sui social, arriva addirittura ad ipotizzarne una sorta di elezione democratica all’interno dei collegio dei docenti.  Per il governo, i governi, anzi per i politici tutti, senza paura di essere tacciati di qualunquismo, i dirigenti sono imbuti attraverso i quali far passare ogni taglio o ogni novità aggiuntiva, nel nome dell’autonomia. A scuola, quindi con la firma finale del dirigente, si fa di tutto, si contrattualizzano i supplenti, si sfornano graduatorie, si decidono i pensionamenti, si forma il personale, si decidono le scelte strategiche, si fanno le chiamate dirette, si assegna il bonus ai docenti meritevoli,  ci si preoccupa della sicurezza e si decide di derogare al numero massimo di alunni per classe, in assenza totale di certificazioni di agibilità e di assicurazioni scritte degli enti locali circa la sicurezza degli edifici. La pubblica opinione, invece, quando sente parlare dei dirigenti pensa ai grossi papaveri dello Stato, immaginando stipendi e prebende da favola. Ecco, chi sta a capo di una scuola si ritrova questo fardello incredibile di pregiudizi e di ostacoli alla propria professione, e nello stesso tempo è costretto ad assumersi impegni e responsabilità inimmaginabili per uno stipendio che, diciamocela tutta, non supera quello di un bravo operaio specializzato. Se qualcuno si è meravigliato, nei giorni scorsi, delle agitazioni dei dirigenti scolastici, forse dovrebbe partire da queste considerazioni per cercare di capire. Ma forse non sono molti quelli che si interessano al carico di lavoro e alle responsabilità di chi ha la legale rappresentanza di una scuola di migliaia di alunni e di centinaia di dipendenti. In fondo parliamo di una pubblica opinione, dei cittadini , di una Nazione che rimane abbarbicata, per miracolo, al G7, pur essendo retrocessa stabilmente oltre al decimo posto nel mondo come PIL Una Nazione che, ha deciso, freddamente, di dimenticare la necessità di investire sulla scuola, di formare i propri cittadini, anzi lasciando andare via i migliori, una Nazione che  si colloca stabilmente al penultimo posto in Europa come numero di laureati in percentuale alla popolazione.

In questo Stato, in questa scuola, i capi d’istituto sono dirigenti lo sono soprattutto sulla carta: responsabili dei risultati ma senza avere la possibilità di “governare” le variabili che consentono di raggiungere questi risultati, amministratori attenti e valorizzatori di un personale che troppo spesso è insoddisfatto del proprio stato professionale. Dirigenti sulla carta, quindi, nominalmente, non certo per i poteri, per i privilegi o per gli stipendi,  poco rispondenti ai compiti, alle responsabilità, agli impegni, quantitativi e qualitativi. Ricordiamo che chi svolge questa professione spesso ha a che fare con migliaia di studenti, centinaia di docenti e  ATA, ma anche con  associazioni, enti, istituzioni, sindacati e avvocati. Fare il dirigente di una scuola italiana vuol dire sempre più spesso essere oberati di compiti e responsabilità fino all’inverosimile, con giornate di venti ore, a leggere centinaia di pagine di circolari, mail, messaggi, comunicati, ad interfacciarsi con decine di persone al giorno, prendere decisioni strategiche e monitorare continuamente il lavoro di docenti e personale tutto. Questo, accompagnato dal clamore della riforma della Legge 107/2015 sulla Buona scuola (i presidi sceriffi) e dalle mille sigle che sadicamente contraddistinguono il nostro sistema formativo (RAV, PTOF, PDM..)  ha fatto sì che la figura del dirigente da una parte sia stata, come accennato, malvista da molti docenti, spesso incapaci di valutarne la reale complessità, dall’altra sia stata sottovalutata dagli stessi governi che si sono succeduti. È questo profondo stato di insoddisfazione, che ha portato padri di famiglia altrimenti autorevoli e compassati “servitori dello stato”,  a manifestare con slogan e cartelli a Roma, il 25 maggio. Ne ha poi portato altri a mettersi polemicamente in ferie per protesta quel giorno, o a rumoreggiare con articoli e comunicati di fuoco sui giornali e sui social. Una  insoddisfazione che, in un mondo in cui si misura tutto in base al potere d’acquisto, parte proprio da stipendi di molto sottodimensionati rispetto al carico di lavoro e di responsabilità.

 

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