L’ONNIPOTENZA PRETESA DALLA SCUOLA

di ALESSANDRO TURCHI

Li hanno chiamati fannulloni, in epoche neanche troppo lontane, li hanno apostrofati in ogni modo, spiegando che tutti quei mesi di ferie, tutte quelle agevolazioni e quelle “poche” ore di lavoro, ne facevano una categoria di privilegiati e super garantiti. Salvo poi scoprire che i giorni di ferie veri e propri, tolti gli esami di Stato e di riparazione, le mille incombenze legate a programmazioni, dipartimenti, Piani dell’Offerta Formativa, valutazioni e autovalutazioni varie, alla fine equivalgono a quelli di un qualsiasi impiegato del catasto o di un bancario. Parliamo dei docenti, come sempre nell’occhio del ciclone, in questo periodo più che mai, visto che giorno dopo giorno si stanno dipanando gli esiti degli “scritti” dell’ennesimo concorso, bandito pochi mesi fa. Anche in Campania il concorso vedrà il reclutamento di centinaia di nuovi docenti, che si andranno a sommare a quelli entrati nell’ultimo anno e che sono stati ufficialmente inseriti in ruolo in queste settimane, dopo la conclusione dell’anno di prova davanti ai Comitati di valutazione. Un tema delicato, quello del reclutamento, che da poco ha visto l’introduzione di una serie di procedure nuove, con gli insegnanti neoassunti costretti ad una relazione finale, ad un percorso peer to peer con il proprio tutor, ad una formazione a livello territoriale, oltre a quella on line sulla piattaforma Indire, alla creazione di un vero e proprio portafoglio professionale e alla compilazione di un bilancio delle competenze. Una attività formativa che si è conclusa con una relazione sulle esperienze di insegnamento e sulla partecipazione alla vita della scuola e che ha ricordato, se ce ne fosse ancora bisogno, che fare l’insegnante non è cosa da poco. Un mestiere difficile, quello del docente, come ricordava ieri Mariano Ragusa su queste colonne, un mestiere spesso ignorato dalla pubblica opinione, quando si tratta di riconoscere stipendi adeguati e considerazione sociale, ma nell’occhio del ciclone quando succede qualcosa e si sente dire, da più parti “la scuola che fa? I docenti che fanno?” Ricordiamo, a titolo esemplificativo, l’episodio di pochi mesi fa nei corridoi dell’Istituto Genovesi di Salerno, con la inaspettata rissa, con tanto di accoltellamento, fra due alunni e i conseguenti fiumi di parole e di accuse nei confronti di docenti e dirigente. La scuola che fa? Si sentì dire anche allora, una domanda che spesso risuona come un mantra, nella segreta speranza che un luogo (la scuola), e alcune persone (i docenti) possano essere capaci, in poche ore settimanali e nella bassa considerazione generale, di risolvere i problemi di un mondo sempre più liquido e complesso.  La scuola che fa? Si industria mettendo in campo tutte le creatività e tutte le motivazioni possibili dei propri operatori, per dare un senso al proprio agire e all’agire di tutti noi cittadini e a dispetto di una società che vede moltiplicarsi le occasioni di apprendimento, ma non quelle di confronto e di lettura critica del quotidiano. La scuola, contemporaneamente parte attiva e passiva di questo contesto di per sè critico e precario, pur fra mille perplessità, continua a recepire i mille cambiamenti che leggi a volte contradittorie, a volte coerenti, a volte improvvisate, sfornano a getto continuo. Ultimamente la Legge 10ONNIPOTENZA7, quella della  “Buona scuola”, ha inserito alcuni nuovi punti fermi che riguardano, fra gli altri, la obbligatorietà dell’aggiornamento, che stranamente era scomparsa negli ultimi anni, ed il controverso concetto di merito, sacrosanto ma di difficile declinazione. Dovranno infatti essere i dirigenti scolastici, a loro volta sottopagati e poco considerati, sulla base di criteri per forza di cose generici stabiliti dai Comitati di Valutazione interni, ad assegnare ad alcuni docenti un bonus annuale, di fatto introducendo, in una categoria fino ad oggi omogenea, una *differenziazione dagli esiti imprevedibili.

*Questo articolo è stato pubblicato su Il Mattino di Napoli del 19 luglio 2016

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