LA SCUOLA NON PUO’ TUTTO

scuolaIL SEGUENTE ARTICOLO E’ STATO PUBBLICATO SU IL MATTINO DEL 18 FEBBRAIO 2016, IN OCCASIONE DI UN FATTO DI CRONACA ACCADUTO IN UN ISTITUTO TECNICO DI SALERNO

 

di ALESSANDRO TURCHI

 

I fatti dell’Istituto Genovesi. Commenti fra lo stupito e, lasciatecelo dire, l’ipocrita. Domande retoriche, sguardi costernati, scuotimento di teste, a corollario di un fatto di cronaca sicuramente inusitato, ma non proprio avulso dalla triste realtà che ogni giorno ci sovrasta. Un ragazzo ha accoltellato un altro ragazzo. Punto, verrebbe da dire, se non fosse che il fatto è avvenuto in un edificio scolastico, in un ambiente che dovrebbe essere, per definizione, un ambiente educativo e di apprendimento. I ragazzi trascorrono a scuola un periodo piccolo del loro tempo, cinque ore al giorno, se tutto va bene, per duecento giorni, ma dalla scuola si pretende che possa influenzare positivamente tutto il resto del loro tempo e della loro vita. Il rapporto temporale, in meri termini matematici, è di uno a nove, eppure si pretende che la scuola entri in tutte le  dinamiche che influenzano la vita dei nostri studenti. Si pretende che regoli i comportamenti, i pensieri, le relazioni fra gli alunni ed il mondo, che governi le famiglie ed i rapporti distorti fra i coniugi, le frustrazioni della disoccupazione, il basso livello medio di istruzione, i modelli che mass media invadenti e sciocchi propongono incessantemente. Una scuola deus ex machina? Forte, incombente ed onnipotente e con essa professori e dirigenti super man, capaci di ribaltare situazioni secolari di degrado, sottosviluppo,  ignoranza e di debellare i cattivi maestri. Da una parte questo eccesso di aspettative sul sistema formativo, dall’altra il contraltare dei tagli, l’ignoranza e la marginalità, nei pensieri della gente come nelle progettazioni politiche, per questo che da molti è considerato il mondo “inutile”. Senza voler entrare nelle dinamiche dell’accaduto, pare evidente che il fatto poteva succedere, come ha giustamente affermato il Preside Nicola Annunziata, in qualsiasi luogo ed in qualsiasi tempo. Purtroppo la nostra è una società ben strana, moderna, modernissima, da una parte, con la tecnologia che la fa da padrona e con ragazzi multitasking e nativi digitali, ma una società che non riesce a modificare riflessi atavici e primitivi. L’uso del coltello è parte di un certo  modo di affrontare i rapporti e le questioni di supremazia fra coetanei, in certi  ambienti degradati, in mondi che pensiamo lontani e che invece, d’un tratto, ritroviamo vicinissimi, magari nel banco a fianco di nostro figlio o nel corridoio della stessa scuola, o nella birreria in cui serenamente beviamo il nostro boccale. La scuola che fa? Questa frase echeggia ovunque ossessivamente. La scuola istruisce provando a fare lezione, con metodologie il più possibile innovative, per interessare ragazzi istintivamente distratti e per prepararli al mondo di un lavoro che spesso non c’è, almeno qua in Campania. La scuola forma anche, i cittadini di domani. Li educa, o almeno ci prova, in ogni modo e con tutti i mezzi, con i corsi sulla legalità, gli  interventi in classe delle forze dell’ordine in veste di formatori, i tanti progetti in orario extracurricolare. I docenti, i dirigenti, provano in ogni modo a ribaltare situazioni incancrenite, ma non possiamo far finta di non sapere che in questi anni il tempo scuola è stato ridotto, come sono state ridotte le risorse per la progettazione extracurricolare, come sono stati ridotti i finanziamenti e il personale di vigilanza. Questo ovviamente non vuol dire deresponsabilizzare chi ha il compito prioritario di formare i cittadini di domani, ma vuol dire uscire dalla ipocrisia di delegare alla scuola tutto quello che non sappiamo o vogliamo accollarci. O nella scuola ci crediamo, e la trattiamo con la giusta considerazione, o smettiamo di chiedere ad essa prestazioni che non potrà dare.

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