LA SCOMPARSA DI ECO… ECO CHI?

di MARIA GIOVANNA DAMIANO

 

 

“Caro nipotino mio (…) volevo parlarti di una malattia che ha colpito la tua generazione e persino quella dei ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università: la perdita della memoria.”

Così recita la lettera di Umberto Eco indirizzata al suo nipotino, che sta spopolando sulla rete in questi giorni, durante i quali una schiera nutrita di internauti si è ricordata improvvisamente del grande scrittore, ma  in occasione purtroppo della sua scomparsa.

Certo che noi Italiani e soprattutto noECOi utenti dei social siamo davvero specializzati nel condividere, linkare e taggare i grandi volti, i grandi nomi, le grandi menti al momento delle morte. La lettera al nipotino firmata Umberto Eco ha avuto migliaia e migliaia di condivisioni in queste ultime settimane ed effettivamente merita un’ attenta riflessione.

Si sofferma con arguzia e saggezza sul male delle nuove generazioni, che hanno fatto della mente un colabrodo, nel quale personaggi, eventi, date entrano e fuoriescono con estrema facilità.

“La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota.” Questo scrive ancora lo straordinario Umberto Eco e come dargli torto?

Ci affidiamo ai motori di ricerca, alle enciclopedie lib ere dove i contenuti vengono manipolati da chiunque, spesso senza alcun fondamento. Nei nostri percorsi di ricerca multitasking ci barcameniamo tra uno smartphone e un tablet, dimenticando in pochi minuti la notizia recuperata poco prima dal web.

“Il nostro cervello ha più connessioni di un computer, è una specie di computer che ti porti dietro e che cresce e s’irrobustisce con l’esercizio, mentre il computer che hai sul tavolo più lo usi e più perde velocità e dopo qualche anno lo devi cambiare. Invece il tuo cervello può oggi durare sino a novant’anni e a novant’anni (se lo avrai tenuto in esercizio) ricorderà più cose di quelle che ricordi adesso. E gratis.”

Lo scrive ancora Eco e allora bisogna per forza credere nel valore della lettura, nella scoperta che avviene tra le pagine stampate, nella valenza dell’imparare a memoria una poesia o un passo della Divina Commedia.

Il  nipotino di Umberto Eco è un’intera generazione di ragazzi, che ha fatto del click del mouse o del banner di Google una religione di vita.

“Ora la scuola (oltre alle tue letture personali) dovrebbe insegnarti a memorizzare quello che è accaduto prima della tua nascita, ma si vede che non lo fa bene (…)” si legge nella lettera ed del resto non è proprio infondata questa affermazione.

Tra i banchi di scuola va via via affievolendosi la memorizzazione per dare spazio alla visualizzazione grafica, alla comunicazione crossmediale, che per quanto efficaci ed al passo coi tempi rischiano di far invecchiare troppo presto il nostro cervello La scuola non insegna più a memorizzare testi e nozioni, cessando così di esercitare il cervello a trattenere ciò che lo attraversa.

La storia del passato è spesso svilita, la ricerca e la costruzione del sapere si limitano a viaggiare sulla rete e azioni come ricordare, imprimere nella memoria diventano una fatica immane.

A questa generazione smemorata mi aggiungo ahimè anche io e certo tanti altri quarantenni come me, che sono cresciuti recitando a memoria “Quel ramo del lago di Como” ma che ora del web e del suo caotico universo  non riescono più a fare a meno ogni qualvolta vengono chiamati a  costruire nuova conoscenza.

“I tuoi amici, che non avranno coltivato la loro memoria, avranno vissuto invece una sola vita, la loro, che dovrebbe essere stata assai malinconica e povera di grandi emozioni.
Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”.

Con questo invito si chiude la lettera di Eco, un invito a vivere la propria vita attraverso lo studio e la conoscenza vera di  ciò che l’ha preceduta e preparata e non vi nascondo che, la prima volta che mi imbattei nella lettura di questa missiva, passai l’intero pomeriggio a recuperare quel po’ che l’infanzia mi aveva lasciato nella mente della Vispa Teresa che avea tra l’erbetta a volo sorpreso gentil farfalletta!

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