LA POLEMICA. IL DIRITTO ALL’EDUCAZIONE E IL DIRITTO ALL’INTEGRAZIONE HANNO ANCORA SENSO NELLA SCUOLA ODIERNA?

PARLA LA MAMMA DI UN ALUNNO DISABILE DI 18 ANNI

di ROSA RUGGIERO

 

bes 3Oggi nella scuola dove una molteplicità di situazioni sono rappresentate, dal disagio sociale, alla disabilità, alla multiculturalità, diventa d’interesse provare ad inserirsi nel vecchio e mai risolto dibattito sulla reale e concreta realizzazione all’interno di una scuola, che teoricamente e di principio dovrebbe essere di tutti, del diritto ad educare. Per rispetto nei confronti del lettore, ci tengo a precisare che chi scrive è la mamma di un ragazzo disabile di 18 anni che negli anni ha visto profondamente mortificati e teoricamente applicati sia il diritto all’educazione che quello all’integrazione.

Sicuramente, a parte il malessere, che spero possa essere personale – a volte capita di essere sfortunati – ci troviamo di fronte ad un disagio che sarebbe molto ipocrita ridurre a semplici parole, frutto di esclamazioni di principi teorici che nulla hanno a che vedere con affermazioni reali di diritti che dovrebbero essere garantiti ad ogni individuo.

Quando ci troviamo però di fronte ad una disabilità in che rapporto sono questi due principi?

In realtà educare una persona speciale in una scuola di tutti sarebbe un percorso affascinante se si tenessero ben a mente una serie di passaggi, primo fra tutti che il bambino/ragazzo disabile non ha una malattia che noi possiamo curare con una ricetta applicabile in modo indistinto ma necessita di essere allenato ad acquisire delle abilità di tipo sociale per saperle poi sfruttare nei vari contesti di vita, che non possono essere né i corridoi delle scuole, né i famosi e sempre acclamati atelier, per intenderci più banalmente conosciuti laboratori, dove quando ti va bene sei da solo o altrimenti insieme ai tuoi pari ma disabili come te che sotto la parvente facciata di un lavoro personalizzato, nascondono un’ottimizzazione di risorse e di mancanza di progettualità.

E infatti ecco l’altra parola magica: progettazione, ovvero bisogna avere precisamente chiaro un percorso, che non significa una formalizzazione di carte e documenti pronti da esibire ad ogni richiesta e controllo, ma un’organizzazione adeguata con tempi, ambienti, materiali, personale formato e scelto per rispondere allo scopo e non classi sovraffollate, spazi inadeguati, insegnanti di sostegno precari o peggio che scelgono il sostegno come trampolino per entrare nella scuola e non ultimo il rapporto esclusivo tra insegnante di sostegno e alunno disabile a completo non rispetto della normativa che vede l’insegnante di sostegno come una risorsa in più su una classe con un disabile.

Se, dunque, questi sono solo alcuni degli elementi necessari per educare una persona svantaggiata, facendo in modo che possa esercitare il proprio diritto allo studio, altro problema diventa quello di permettere a questo soggetto che si sta cercando di educare/allenare di farlo insieme ai suoi coetanei, dunque attuando il principio dell’integrazione che teoricamente significa far in modo che questa persona possa essere accolta in maniera totale e soprattutto possa essere accolta consapevolmente la sua disabilità.

Questo pone la scuola di fronte ad una grande responsabilità; perché così come deve essere scelto il miglior percorso educativo alle abilità, così deve essere studiato, personalizzandolo, il percorso sociale, che se lasciato al caso o al buon cuore di compagni di classe più sensibili o insegnanti maggiormente tolleranti, può gravemente compromettere anche l’apprendimento.

Purtroppo si assiste quotidianamente a errori e gravi mancanze derivanti anche da una normativa non sempre rispettata o incapace di mettere a punto delle strategie capaci di compensare l’inadeguatezza dell’offerta educativa.

Il problema non è sempre il ragazzo disabile e la sua patologia, quanto il fatto che il contesto da cui è circondato è fortemente escludente e insensibile a qualsiasi messa in discussione a rimodulare e a reinterpretare l’approccio in modo da rendere inclusiva la scuola.

Alla luce di questi pensieri possono l’educazione e l’integrazione diventare delle ideologie fini a se stesse incapaci di guidare le azioni concrete di chi deve prendersi cura di situazioni di svantaggio?

E’ giunto il momento di chiederci se, a fronte di una teorica affermazione all’integrazione, non stiamo negando ai nostri figli il diritto all’educazione.

Sicuramente le famiglie di ragazzi disabili non sanno che farsene di leggi male applicate, di scuole parcheggio, di progetti di vita mai strutturati, auspicando a scuole con personale specializzato e formato, a scuole organizzate in classi integrate con progetti a misura e momenti di reale integrazione con i coetanei.

Liberarsi dall’ideologia dell’integrazione significa un diritto all’educazione in una scuola che è di tutti .

Saremo a buon punto, quando, invece che trincerarsi verso stereotipi teorici, i responsabili dei servizi, sociali e educativi che hanno il compito d’integrare gli alunni disabili faranno un atto di umiltà riconoscendo tutti i limiti finora elencati, attivandosi per avvicinarsi il più possibile agli standard minimi in modo da riorganizzare le risorse in maniera più funzionale e programmata.

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