IL PTOF E IL 15 GENNAIO 2016 NEI MEANDRI DI UNA SCADENZA IMPROPRIA

di NICOLA ANNUNZIATA

 

ptof 2A poche settimane dal Natale si celebra un’altra nascita, meno sacra (ammesso che il nostro Natale conservi ancora qualche sacralità…) ma certamente vissuta intensamente dal mondo della scuola. Si parva licet componere magnis, in tante grotte, pardon scuole, circa ottomila in tutta Italia, vede la luce per la prima volta il mitico PTOF, Piano triennale dell’Offerta Formativa, atteso con curiosità, ma anche osteggiato dagli ambienti scolastici. Una vignetta diffusa in rete lo vuole figlio di Miur, una via di mezzo tra divinità e supereroe, ma piuttosto è figlio della “Buona scuola”, il marchio di fabbrica coniato dal premier Renzi che individua la riforma partorita a fine luglio.

In realtà la data del 15 gennaio è una scadenza impropria, o meglio inesistente: di fatto la legge 107/2015 fissa come termine per la redazione dei piani triennali il mese di ottobre. La data di ottobre è apparsa peraltro da subito improponibile, considerato che la legge della buona scuola era stata approvata a fine luglio e che implicava un iter formale, ma anche sostanziale, piuttosto complesso. Così è subito iniziata negli ambienti del ministero di viale Trastevere, anche su sollecitazione delle scuole, la corsa a individuare la maniera di procrastinare tale scadenza. D’altra parte un termine fissato per via legislativa non poteva essere corretto da una circolare. Si sono così utilizzati tutti gli espedienti normativi, sofistici ed ermeneutici di cui la patria del diritto è capace, volti ad aggirare tale scadenza. Il dott. Chiappetta, già capo dipartimento del MIUR e poi consigliere del Ministro, in varie conferenze ha suggerito, con qualche acrobazia dialettica, come fosse impensabile che il PTOF potesse vedere la luce prima che le Regioni avessero partorito il piano di dimensionamento della rete scolastica. Da molteplici pulpiti si è poi fatto ricorso al distinguo tra termini ordinatori e perentori, finché poi è stata pubblicata la nota del MIUR del 5 ottobre che, con circonlocuzioni da tipico burocratese, ha detto in sostanza: cercate di farlo per il 15 gennaio.

Chissà se l’estensore della nota si è reso conto di aver dimostrato, dietro quell’apparente prudenza, un coraggio da leone, un ardimento che nessuno aveva osato, né prima né dopo, quello cioè di aver dato in pasto una data a tutti quelli che variamente sono definiti come operatori della scuola o lavoratori della conoscenza, i quali hanno ringraziato e si sono messi al lavoro. Qualche sceriffo, leggi dirigente scolastico, soprattutto quelli alle prime armi, non avvezzi all’italico rito della proroga, si era già precipitato a emanare quello che la recente prassi ha denominato atto d’indirizzo, vale a dire l’atto con cui il dirigente scolastico dispone gli indirizzi per le attività della scuola e le scelte di gestione e di amministrazione. Ma l’essere la pistola più veloce del West aveva avuto come contraltare un’estrema vaghezza di contenuti del predetto atto. Di fatto la direttiva del dirigente, molto temuta, ritenuta l’arma di cui gli sceriffi si sarebbero avvalsi per ridurre all’obbedienza i cowboy “contrastivi”, è apparsa piuttosto un rutilante fuoco d’artificio, al più (ma non sempre) luccicante nell’apparenza, generico nella sostanza. Certo non mancano anche atti un po’ più incisivi, talvolta anche provocatori, tesi a dimostrare che il vero sconfitto con la nuova legge non sia già il docente, con il suo organo collegiale pienamente confermato nel suo ruolo, quanto piuttosto il consiglio d’istituto, defraudato della sua tradizionale funzione d’indirizzo. Infatti, il collegio conserva integralmente il suo ruolo, anzi deborda verso competenze insolite, per non dire improprie, dal momento che il PTOF da esso elaborato contiene anche il fabbisogno di personale ATA e di risorse materiali. Il consiglio d’istituto viceversa è stato spogliato del suo ruolo tipico d’indirizzo e qualche dirigente scolastico si è divertito a invadere il suo campo allo scopo di mostrare come molte delle sue tradizionali competenze, risalenti ai decreti delegati del 1974, fossero, di fatto, ormai state cancellate dalla legge 107.

Dagli indirizzi definiti dai dirigenti scolastici si è passati all’elaborazione del PTOF. Per ora il quadro deve ancora delinearsi compiutamente, ma è chiaro che da parte dei team di docenti c’è stata comunque l’intenzione di non buttare a mare il lavoro svolto negli anni precedenti con i vecchi collaudati POF. La tentazione di salvare il lavoro del passato era sostenuta altresì dalle molte analogie terminologiche. In fondo il 1. comma del nuovo art. 3 del DPR 275/1999, riscritto dalla legge 107, appariva quasi uguale al preesistente, con l’unica aggiunta dell’aggettivo triennale e dell’inciso che il piano è rivedibile annualmente. Presto tuttavia ci si è resi conto della novità del nuovo Piano rispetto al POF. La principale è probabilmente una sua differente funzione: il POF era o comunque era diventato un documento rivolto principalmente all’utenza. Il POF in definitiva presentava la scuola, le sue attività, le sue peculiarità, esplicitava l’offerta formativa per presentarla agli studenti e alle famiglie.

Il PTOF appare invece uno strumento con una valenza per certi versi interna al sistema. La scuola presenta una progettazione, indica i mezzi di cui ha bisogno per metterla in atto sia per quanto riguarda le risorse umane sia per quelle materiali. E il piano non è immediatamente operativo, perché sottoposto all’esame dell’Ufficio scolastico regionale che verifica la compatibilità delle risorse di organico richieste.

Questa è una grossa novità, in passato le risorse erano sostanzialmente note al momento della redazione del POF o comunque conoscibili perché frutto di parametri ben precisi. La novità ha un po’ scombussolato tutto un iter consolidato che partiva dal dimensionamento approvato dalle Regioni per proseguire con le fasi dell’organico di diritto e di fatto.

La prima difesa dell’apparato è stata quella di ritenere che il dimensionamento dovesse precedere la redazione dei PTOF. Questa appare un’operazione difensiva, di conservazione dello status quo, mentre si poteva ben ritenere che i piani fossero un input per il dimensionamento, anziché poggiarlo su ulteriori procedure non sempre ben definite e talvolta fantasiose.

Poi è arrivata di recente una nota ministeriale a mettere i puntini sulle i per quanto riguarda l’organico. Forse qualcuno aveva anche avuto sentore di come molte scuole stessero preparando il PTOF, secondo la tipica consuetudine che si pratica in Italia quando si chiedono risorse, cioè chiedi 100 per avere 10. Di fatto il MIUR ha detto, in sostanza, all’organico ci pensiamo dopo le iscrizioni e non vi allargate perché passerete per le forche caudine del SIDI, la piattaforma informatica del MIUR. La nota parla anche di organico “per l’anno 2016/17”, così buttando acqua sul fuoco delle speranze di stabilità triennale dell’organico che la legge sembrava promettere. La nota sembra anche mettere in discussione la possibilità per le scuole di definire in reale autonomia il fabbisogno di docenti distinto per classi di concorso e non per i misteriosi aggregati utilizzati in questo primo anno ritenuto di transizione. Prendono corpo i timori che la fretta, peraltro comprensibile dal punto di vista occupazionale, di assumere i docenti già da quest’anno crei problemi a esaudire  l’autonoma scelta delle scuole. La questione è particolarmente importante per le scuole del 2° ciclo d’istruzione, anche perché la sperata semplificazione delle classi di concorso non sembra partorisca granché: si annuncia trionfalmente che saranno “appena” 114.

Probabilmente la questione dell’organico e delle classi di concorso rischia di divenire proprio il tallone di Achille della nuova programmazione esplicitata nel PTOF, come lo era già in passato per l’attuazione della flessibilità prevista dall’autonomia. Le classi di concorso costituiscono un’autentica camicia di forza che limita la flessibilità nella programmazione da parte degli istituti scolastici. Faccio un esempio, perché non sembri una discussione teorica o limitata a casi estremi, tratto dalla mia personale esperienza di dirigente scolastico in una scuola che comprende istituto tecnico del settore economico e liceo scientifico. Ebbene, nei due istituti materie fondamentalmente uguali sono insegnate da docenti di classi di concorso diverse. Italiano al tecnico è insegnato dalla A050, al liceo da A051, matematica A048 al tecnico, A047 o A049 al liceo, fisica A038 al tecnico, A049 al liceo , storia A050 al tecnico, A037 al liceo! E queste differenze rimarranno nel nuovo regolamento delle classi di concorso (mi riferisco al momento in cui scrivo alle bozze circolate).

Questo ingabbiamento dell’offerta formativa nelle classi di concorso sembra andare in senso opposto allo spirito della legge 107 della scelta dei docenti da parte delle scuole. Se le scuole devono scegliere valutando il curriculum in relazione alle esigenze della propria offerta formativa, la rigidità delle classi di concorso va quantomeno attenuata. Questo dovrebbe essere il corretto spirito della scelta dei docenti dagli ambiti territoriali, che non può certo essere il mezzo di sbarazzarsi di docenti inadeguati o scomodi (che comunque una scuola la dovranno trovare), ma deve valorizzare il ruolo di progettazione dell’offerta formativa da parte degli organi collegiali, in primo luogo il collegio dei docenti.

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