FRANCO BUFFONI, AVREI FATTO LA FINE DI TURING

di ENZO SALERNO

Avrei fatto la fine di Alan Turing
O quella di Giovanni Sanfratello
In mano ai medici cattolici
Coi loro coma insulinici
E qualche elettroshock.
Perché era un piccolo borghese
Il mio padre amoroso
Non si sarebbe sporcato le mani.
Controllando l’impeto iniziale
Vòlto allo strangolamento
Del figlio degenerato,
Ai funzionari appositi
Avrebbe delegato
La difesa del suo onore.

Alan Mathison Turing morì suicida il 7 giugno del 1954 a quarantuno anni. Matematico di formazione e da molti ritenuto il padre della “computer science”, professore a Cambridge e a Manchester, crittografo – soprattutto grazie al suo lavoro fu possibile per gli inglesi decrittare i codici con i quali i nazisti comunicavano i loro piani d’attacco – era stato arrestato due anni prima con l’accusa di omosessualità e condannato alla castrazione chimica: le dosi massicce di estrogeni usate per la ‘cura’ causarono la depressione spingendolo, infine, al gesto estremo.

 “Poiché all’epoca avevo sei anni” – scrive Franco Buffoni nella note di chiusura che accompagfranco_buffoni_0nano le settantatre poesie elencate nell’indice di Avrei fatto la fine di Turing,il suo secondo libro di versi del 2015, dopo Jucci col quale aveva vinto il Premio Viareggio per la poesia  –  “il pensiero è andato inevitabilmente a mio padre, che non sarebbe mai stato in grado di accettare la mia omosessualità e – se l’avessi esplicitata – avrebbe certamente deciso di farmi ‘curare’. Complice la pavida e sottomessa acquiescenza di mia madre”. Le due figure genitoriali – già comparse in altri scritti precedenti se si pensa, ad esempio, a Il Profilo del Rosa (Mondadori, 2000), a Guerra (Mondadori, 2005) e all’Oscar Mondadori che raccoglie i versi pubblicati tra il 1975 e 2012 – diventano i ‘protagonisti’ principali della trama di questo bel volumetto, equamente trattati nelle quattordici sezioni di testi poetici: nelle prime sette il padre Piero, ufficiale durante il secondo conflitto mondiale che, dopo l’armistizio del ’43, si rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò ed è internato per due anni nei lager tedeschi.

[…] A quale ingiustizia stai pensando?
La tua con i francesi
Nel luglio del Quaranta?
Il tuo aver obbedito fino in fondo?
Come quel foglietto di carta da tabacco
Scritto in matita
2 gennaio 1944
Campo di concentramento di Deblin, Polonia
“Perché sono prigioniero?”

Il racconto della storia paterna prima, poi la ricostruzione del complicato rapporto col genitore narrata attraverso la descrizione della ‘geografia’ dei luoghi famigliari – la casa riaperta, il magazzino della ditta, la bottega del barbiere di domenica mattina e lo stadio di pomeriggio, l’ascensione al Corno di Rosareccio – ripercorrendo, in parallelo, la sua Bildung intellettuale che lo porterà, più volte, al confronto con altri ‘padri’. In antitesi, il conte Monaldo Leopardi – “occorre fingere per placare Monaldo” – e il poeta Vittorio Sereni, “ufficiale di fanteria/ autorevole e all’occorrenza duro/ in famiglia e sul lavoro”.

Da giovane donna seduta al virginale
L’espressione pacata
Di mia madre diciottenne
Nel ritrattino alla Vermeer,
Che fa pendant
Con la piccola luce di collera negli occhi
Del babbo adolescente
Che ricordo bene al naturale.

La poesia “Ritratti” – spartiacque in questa raccolta che sempre Buffoni ha definito un “intratestuale libro unitario” – può essere considerata come una sorta di congedo dalla figura paterna e d’introduzione al lettore di quella materna, registrando anche uno spostamento in avanti nell’ordine spazio-cronologico dell’opera. Se infatti i componimenti dedicati al padre Piero insistevano, ‘analetticamente’, soprattutto sull’infanzia e sull’adolescenza del poeta, i racconti in versi della madre appaiono, di contro, molto più spostati sull’asse del tempo e dei luoghi della contemporaneità dell’io narrante. Inoltre, nel rapporto madre-figlio sembra palesarsi un inevitabile scambio di ruoli: “ Quando eri ancora adulta/prima di rimpicciolire”, poi il cambiamento del corpo finché non è restato che “un batuffolo con voce da proteggere/ in un ipotesi di spazio”.

È la storia ‘triangolare’ della genitorialità – poeticamente traslata da Franco Buffoni nel titolo dell’ultima sezione, “Cristo-Mercurio e Venere-Maria” – nella quale il figlio, uscito dal “ventre” paterno, diventa infine padre della madre.

Mancava solo che per compiacermi
Ti alzassi a fare colazione
E poi tornassi a letto a finire di morire
La mattina del 27 di dicembre.
Respiro lungo da sonno imbronciato,
Gentilezze da figlio a casa per le feste
“Ti preparo il tè”, e la convinzione
Di avere udito un grugnito di assenso.
Invece il coma ti aveva già saldatoIl respiro ai sensi: “Il tè si fredda”
Mentre guardavo le mail…
“Brava! Sei stata brava!”,
Te lo dissi subito, tenendoti la mano
Appena smettesti con quel soffio leggero.
Tu che di lodi ne avevi ricevute
Sempre poche. “Beh, almeno i figli
Li ho fatti intelligenti!”, dicevi alle sue spalle
Dopo l’ennesima tirata sulla tua
Superficialità.
Magari incapaci di distinguere
Chi sogna da chi è in coma.

 

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