E’ LA SCUOLA L’ISTITUZIONE PIU’ SERIA DELLO STATO?

 

A scuola siamo persone serie e coerenti. In tutte le scuole d’Italia si rispettano i tempi ed i compiti dati, gli scrutini ci sono quando devono, così gli esami, così le prove Invalsi, così per tutto. Siamo seri, ci accapigliamo in un consiglio di classe per un voto in più o in meno, passiamo ore a spiegare ad un genitore, in piedi in mezzo ad un corridoio o in un’aula spoglia e fredda, le problematiche di socializzazione del figlio, a consigliare il giusto approccio, gli specialisti eventuali da consultare. A scuola si lavora con coerenza e grande dignita’, abbiamo chiari, pur fra mille contraddizioni, cosa sono il servizio pubblico e la dematerializzazione, come attuare la scuola digitale, ma anche quali sono i tempi dettati dal Ministero e quelli pertinenti all’Autonomia. Spesso con mezzi inadeguati, in locali cadenti e non a norma, ma si porta avanti con coerenza e senso del dovere il nostro compito, formare, anzi tentare di formare, le nuove generazioni, perché possano interagire al meglio in questa società complessa e perché possano dare un orizzonte di significato alle conoscenze e alle competenze che vanno acquisendo. A scuola siamo gente che lavora in una organizzazione più o meno efficiente ma responsabile, ma non sempre in ogni meandro di questo Stato che fa le differenze, accade questo. Questa mattina chi scrive ha gettato via una ennesima mattinata in tribunale, una causa di lavoro per una ex docente, iscritta a ruolo nel 2015. Da allora ogni tanto una nuova udienza, si va, si attende, si fa la fila, si perde una intera mattinata in mezzo ad una bolgia terribile, con avvocati che spingono, gente che strappa fascicoli, altri che si assiepano in anguste stanze. Un girone dantesco ed invece è un tribunale, con fascicoli in ogni dove, con computer di vecchissime generazioni passate, con impiegati trasandati che girano come trottole fra un corridoio ed un altro. Come sempre, come spesso, alla fine della mattinata il giudice di turno decide l’ennesimo rinvio della causa, un rinvio di oltre sei mesi, cioè a giugno 2017, dal novembre 2015 in cui era partita la faccenda. Il terzo da allora, con il  primo motivato dalla necessità di un supplemento di indagini e con i due successivi di cui non si kafkaconoscono le ragioni. Nei corridoi qualcuno sussurra di un  malessere del giudice, altri di cause di forza maggiore, altri ancora di qualche sciopero non si sa di chi. Certo è che una causa partita a novembre 2015 forse, sottolineiamo forse, si concluderà a giugno 2017. Se tutto va bene. E il tutto”condito” da mancanza di chiarezza, da mancanza di rispetto per chi arriva fino lì e viene a sapere casualmente dello slittamento, magari dopo due ore di attesa. Eppure il mondo della giustizia, come quello della scuola, dovrebbe avere pari dignità e pari doveri, almeno di trasparenza e rispetto per il pubblico. Così non è, evidentemente, e mentre chi lavora a scuola è costretto dieci volte al giorno a dimostrare di fare il proprio dovere, magari giustificandosi davanti a qualche genitore ignorante ma arrogante, chi lavora in altri settore non sembra avere obblighi del genere. La scuola è seria, difficile che non dia certezze ad un genitore, difficile faccia slittare di mesi, senza poi avvisare gli utenti, i tempi di una lezione, di una riunione, della pubblicazione degli scrutini. Lungi da noi creare competizioni fra settori dello Stato, ma sembra vergognoso che ciò che accade a scuola, le certezze nei tempi e nelle azioni di questo vituperato settore pubblico, non debba accadere anche nei Tribunali.

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