E’ GIUSTO CHE I DIRIGENTI DIANO UNA VALUTAZIONE AI DOCENTI DOPO L’ANNO DI PROVA?

di NICOLA ANNUNZIATA

In questi giorni in molte scuole si stanno riunendo i comitati per la valutazione dei docenti per procedere ai colloqui con i docenti neoassunti e alla stesura del parere previsto dalla procedura di valutazione. La normativa prevede, infatti, che la riunione del comitato avvenga nel periodo compreso tra il termine delle attività didattiche e la conclusione dell’anno scolastico e, quindi, soprattutto per le scuole del 2° ciclo, il protrarsi degli esami di Stato ha condotto a tenere riunioni a luglio inoltrato.

Anche questo procedimento è stato in parte innovato a seguito della legge 107 della “Buona scuola” e dei successivi provvedimenti a essa collegati, che in particolare, per quanto riguarda la materia di cui qui si discute, sono il DM 850 del 27/10/2015 e la nota prot. 36167 del 5/11/2015.

Il periodo di prova è oggi denominato più precisamente periodo di formazione e prova, unificando in un’unica dizione i termini periodo di prova e anno di formazione, in precedenza utilizzati con qualche differenza. Il DM 850 ha disciplinato in maniera più dettagliata rispetto al passato le procedure per la valutazione dei docenti in prova, senza peraltro stravolgerne gli aspetti principali. Anche nel nuovo procedimento la valutazione della prova continua a essere demandata al dirigente scolastico, che acquisisce il parere obbligatorio, ma non vincolante del comitato per la valutazione.

La composizione del comitato di valutazione è in questo caso diversa rispetto a quella prevista per la definizione dei criteri per la valorizzazione del merito dei docenti. Ho rilevato in altra occasione come, in effetti, il nuovo comitato di valutazione è in definitiva un due in uno, due organi con composizione e competenze diverse che condividono lo stesso nome e una parte dei membri. Nel caso in esameSSSSSSSSSSSSSSSSSS, infatti, a differenza di quando si deliberano i criteri per la valorizzazione del merito, mancano i rappresentanti dell’utenza e dell’amministrazione periferica del MIUR, mentre è presente il tutor. La presenza del tutor come membro a tutti gli effetti del comitato è una novità rispetto al passato. In precedenza, infatti, il tutor non era un membro del comitato e non concorreva all’espressione del parere, limitandosi a un’attività istruttoria.

Come già evidenziato il DM 850, in virtù di un’esplicita previsione in tal senso della L. 107, individua “gli obiettivi, le modalità di valutazione del grado di raggiungimento degli stessi, le attività formative e i criteri per la valutazione” dei docenti in prova. La procedura è anche dettagliatamente esplicitata dall’art. 13 del DM e prevede il colloquio del docente con il comitato, che successivamente si riunisce per la formulazione del parere. Il comitato acquisisce le necessarie informazioni anche attraverso la presentazione del docente tutor e la relazione del dirigente scolastico.

Particolare attenzione va posta a mio avviso riguardo alla relazione del dirigente scolastico prevista dal comma 3 dell’art. 13 del DM 850. Non si può non tener presente, infatti, che il dirigente scolastico è l’organo cui compete la valutazione del docente in periodo di formazione e prova e che il parere del comitato per la valutazione dei docenti è finalizzato a fornire il necessario supporto alla valutazione del dirigente, al quale compete la parola definitiva in merito. La normativa prevede, infatti, come si è detto, che il parere del comitato sia obbligatorio, ma non vincolante. In altri termini questo significa che il dirigente non può prescindere dall’acquisizione di questo parere, del quale dovrà tenere conto nell’assunzione del provvedimento definitivo, ma dal quale potrà anche motivatamente discostarsi.

Ci si può legittimamente chiedere a questo punto quale debba essere il contenuto della relazione del dirigente scolastico. Può tale relazione avere già una dimensione valutativa? A mio avviso evidentemente no, dal momento che la valutazione è un atto successivo al parere. A parte ogni considerazione di natura formale e burocratica, ciò sarebbe assolutamente privo di senso, oltre che irrispettoso nei confronti del comitato: il dirigente anticiperebbe una valutazione senza avvalersi del supporto previsto. Oltretutto egli è anche membro del comitato, anzi lo presiede, ed è proprio nel corso della seduta che egli può esprimere la propria opinione, contribuendo al formarsi del parere che l’organo è chiamato a esprimere.

La relazione pertanto non dovrebbe contenere valutazioni, ma dati e informazioni e può essere a mio avviso molto snella, corredata piuttosto dalla documentazione delle attività svolte dal docente nelle forme previste da ciascuna istituzione scolastica. D’altra parte anche la norma parla al riguardo di elementi informativi ed evidenze.

Queste considerazioni peraltro non sembrano generalmente condivise, in particolare i modelli predisposti da alcuni uffici scolastici regionali, quali quelli della Lombardia e della Campania, sembrano andare in direzione di una relazione del dirigente già orientata a una valutazione.

Naturalmente l’adozione di questi modelli è facoltativa e il mio consiglio è di non adottarli, limitando la relazione a poche notizie sulla situazione amministrativa, sullo svolgimento dei periodi di servizio previsti dalla normativa, su eventuali incarichi attribuiti e procedimenti attivati, corredando la relazione con la documentazione, questa sì corposa, relativa alle attività formative e all’esperienza d’insegnamento. Una tale scelta mi sembra la più corretta, nell’ottica di un reciproco rispetto di ruoli e competenze tra dirigenza e organi collegiali.

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