CHE FACCIAMO QUEST’ANNO CON L’INVALSI?

 

di EMILIANA SENATORE

invalsiChe non siano più una novità per le scuole è chiaro a tutti. Vissute con rifiuto da docenti e studenti perché non tengono conto dell’offerta formativa della scuola, né dei programmi di studio svolti nel corso dell’anno; a questo si aggiunge l’indisponibilità a prestare gratuitamente ore aggiuntive per la somministrazione, correzione e tabulazione dei dati da parte degli insegnanti. Di cosa stiamo parlando? Delle prove Invalsi, che da tempo hanno aperto un appassionato dibattito. Innanzitutto va detto che con l’approvazione dell’art.51c.2 della legge n. 35 del 4 aprile 2012 sono stati sciolti tutti i dubbi sulla obbligatorietà delle rilevazioni nazionali che diventano “ordinaria attività di istituto”. I collegi quindi non possono deliberare di impedirne lo svolgimento (momento valutativo importante ed interno degli apprendimenti dei propri studenti), “tutt’al più possono avere facoltà propositive di modalità organizzative per conciliare lo svolgimento dell’Invalsi con l’ordinaria attività didattica”. Se non si trovano docenti disponibili a farsi coinvolgere nelle rilevazioni, prioritariamente il buon senso del dirigente porterà a scegliere personale che si dichiari disponibile. E la sostituzione di docenti somministratori da parte del Ds, come ci ricorda la giurisprudenza con sentenze di merito, condanna come antisindacale la condotta di quei presidi che hanno provveduto a farlo, poiché le rilevazioni non rientrano tra i servizi essenziali individuati dalla legge 146/1990.Venendo a quest’anno scolastico in corso gli allievi delle classi seconda e quinta della primaria  saranno i primi a cimentarsi con la prova di lettura e quella di italiano  il 4 maggio, la prova di matematica ed il questionario studente il 5 maggio; il 12 maggio sarà il turno del secondo anno delle superiori per la prova di italiano, matematica e per il questionario studente e infine il 17 giugno con le prove di italiano e matematica sarà la volta degli studenti di terza media nell’ambito degli esami di stato. L’Invalsi, al fine di comparare i dati con l’esterno, identifica sull’intero territorio nazionale classi campione per ogni grado di scuola, cui assegna un osservatore esterno che riporterà i risultati su un supporto elettronico successivamente inviato  all’ente somministratore. E’ noto che gli esiti dei test vengano restituiti alle singole scuole in forma anonima e alla visualizzazione accedano solo il Dirigente ed il referente valutazione. Una password personalizzata consente l’accesso ad una parte dei dati che saranno oggetto di riflessione da parte di tutti i docenti che hanno partecipato alla rilevazione per verificare l’efficacia educativa e metodologica-didattica e per mettere in campo azioni mirate al miglioramento. Dunque ogni anno tra polemiche, informazioni scorrette, leggende metropolitane, confusione, un numero straordinario di studenti ma altrettanto di docenti è chiamato in simultanea, su tutto il territorio nazionale e cooptato a diverso titolo per queste prove standardizzate, uguali per tutti, rigorose, articolate con domande di difficoltà variabile ed elaborate dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione e formazione, un ente di ricerca di diritto pubblico sottoposto alla vigilanza del MIUR. Queste rilevazioni prevedono una prima attività di somministrazione con contestuale assistenza e vigilanza nello svolgimento; infine un’ultima di correzione, tabulazione ( faticosa ,lunga ed impegnativa ) e caricamento dati. Da ricordare che a partire dal 2014 i test previsti per la prima media sono stati aboliti. Il modello scientifico-statistico di riferimento, molto criticato è riconducibile a quello dello studioso danese George Rasch che valuta le risposte in base ad una scala di abilità e competenze che va dal gradino più basso a quello più alto e che consente di rilevare non solo quanti allievi possano rispondere a test difficili ma soprattutto i livelli di apprendimento raggiunti (in modo aggregato secondo le classi, le istituzioni e gli ordini scolastici). Da considerare che il fenomeno del CHEATING (che non rende attendibili i risultati delle valutazioni) analizzato dallo studioso Lorenzo Newman per Quattrogatti.info è risultato più evidente nelle regioni meridionali in particolare nel triennio 2011/2014  in Campania, Calabria e in Sicilia (più nella secondaria di primo e secondo grado, meno alla primaria)sicuramente agevolato ed incoraggiato dagli insegnanti(questi ultimi possono inficiare i risultati anche nel momento della correzione cercando di favorire il singolo o la classe)approssimando in tre passi gli indicatori di “profilo anomalo” che vanno a stabilire la propensione all’imbroglio. L’identikit che ci fornisce questo studioso è quello di studenti che vivono in contesti familiari di basso livello socio-economico con valutazioni in pagella al di sotto della sufficienza. Quindi appare davvero un controsenso che laddove si registrano risultati peggiori, ci sono docenti che aiutano ragazzi che si abituano non solo a non studiare, ma li autorizzano a fare cheating inficiando la valutazione del sistema educativo italiano. Non ci lamentiamo poi se i nostri allievi non ci rispettano: come ha sottolineato il MIUR se siamo noi stessi ad incentivare il cheating non solo rappresentiamo un ostacolo all’apprendimento (non garantendo una valutazione reale di insegnanti e studenti),ma non siamo neanche più credibili! Sarebbe opportuno fare esercitare gli allievi più che con batterie ossessive di quiz estenuanti, con tre quattro simulazioni. Altre considerazioni occorre fare per quanto riguarda la partecipazione degli alunni BES alle prove invalsi già definita con nota del 14 febbraio 2014. Spetta alla singola scuola, come ribadito dalla nota del 15 aprile 2016 di includere o meno gli alunni BES, DSA e con disabilità certificata dalla 104/92 (quelli con disabilità intellettiva non vengono calcolati nella media della classe e della scuola) nelle rilevazioni ,segnalando all’Invalsi la presenza ed il genere di disabilità. Per le disabilità senso motorie più diffuse, fornendo tutti gli strumenti di supporto necessari, si può decidere per lo svolgimento e in questo caso i dati di questi studenti fanno media con quelli globali della classe e dell’istituto. In questa prospettiva seppur controversa si comprende la rilevanza che assumono le prove invalsi, che è quella di supporto alle istituzioni scolastiche a risalire le classifiche internazionali in materia di formazione, identificando in esse un corredo procedurale di sostanziale importanza che investe tutti e non i singoli insegnanti o i singoli contenuti. E’ chiaro che l’azione del singolo ha percettibili ricadute sull’intero sistema, cosi come è ancor più chiaro che l’obbligo dell’Invalsi non si mette in discussione. Quel che occorre rivedere è l’atteggiamento e la considerazione che se ne deve avere intercettandola nella sua funzione essenziale di necessità, di stimolo, di valore aggiunto che direttamente o implicitamente coinvolge alunni e insegnanti, permea tutta l’azione didattica e coinvolge un articolato sistema di valori e responsabilità. Allora la domanda sorge spontanea :si insegna per valutare o si studia per essere valutati?

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