A CHE SERVONO I VIAGGI DI ISTRUZIONE?

 

di EMILIANA SENATORE

 

Si avvicina il bel tempo, complice l’ora legale e il periodo considerato tradizionalmente di bassa stagione e via, tra marzo e maggio, si registra il picco dei viaggi di istruzione che nascono o sono progettati con l’intento di consolidare i percorsi di crescita dei nostri ragazzi.

Cesare Cremonini e la sua meravigliosa Share the love, che suona alla radio, accompagna viaggi di comitive di studenti e il “buon viaggio che sia un’andata o un ritorno, che sia una vita o solo un giorno, che sia per sempre o un secondo, l’incanto sarà godersi un po’ la strada, coraggio lasciare tutto e indietro e andare, partire per ricominciare e che se pensi siamo solo di passaggio e per quanta strada c’è da fare amerai il finale” diventa un imperativo categorico dove la partenza, la scelta di cambiare vita quasi una metafora positiva di trovare il coraggio per andare lontano. Anche lo scrittore francese Marcel Proust con uno dei suoi celebri aforismi dà grande valore al viaggio “nell’avere nuovi occhi piuttosto che cercare nuove terre”.

 Allora molteplici sono i significati che sottendono ad un viaggio che sì, rappresenta un vero e proprio spostamento fisico, ma potrebbe anche assumere la connotazione di un accorciare le distanze tra sé e il mondo, una esplorazione alla ricerca di sé qualora noi volessimo lasciarci trasportare/percorrere o semplicemente andare alla scoperta di nuovi posti. Suggestioni, pur sempre suggestioni, se si pensa che il viaggio comunque modifica il nostro stato!!! Ed è assolutamente cosi perché il viaggio, oltre a mutare in qualche modo la nostra cultura per il fremito e la gioia della scoperta, dà la felice illusione, anzi meglio la certezza di avere visto e conosciuto nuovi spazi con evidenti riflessi sulla costruzione della conVIAGGIoscenza di chi viaggia. Il sogno di un viaggio (non importa la meta) ha avuto sempre un grande significato per intere generazioni di studenti che hanno atteso la “gita” con l’emozione propria degli anni giovanili, perché per dirla con le parole di Gramellini, rappresentava per gli adolescenti un vero e proprio “rito di iniziazione in quella terra di nessuno”, dove, sganciati dalle resistenze psicologiche della famiglia e dalla sua invasiva presenza, si andava… (desiderosi di vedere realtà geografiche e storiche di cui si aveva avuto contezza solo nei libri).

Ieri si avevano mente ed occhi desiderosi di conoscere, non come oggi, dove, questi figli di un mondo globalizzato, perennemente online, abbrutiti dalla noia e da un nichilismo senza confine, sono saturi di viaggi già dalla prima infanzia .Viaggi di diverso genere e natura quelli fatti con i compagni di classe o con la famiglia, che hanno infarcito le già piene esistenze e che hanno cucito al mosaico della vita, momenti meravigliosi, dove l’uscire fuori per vestire i panni del turista, sempre e comunque è stata e sarà occasione di svago che ha assolto ed assolverà alla funzione primaria della scoperta di nuove realtà, per compenetrare all’interno della propria, nuovi mondi.

Il viaggio ieri, più di oggi, aveva un grande significato per mille motivi: innanzitutto era davvero interpretato un premio dopo una fine dell’anno o un fine corso di studio e soprattutto era il riconoscimento ad un impegno serio che la famiglia viveva come un salasso e si accollava il più delle volte pur non disponendo di grosse risorse economiche!! La famiglia lasciava andare i figli fidandosi molto più di oggi, dei professori che riuscivano ad esigere maggiore rispetto nonostante gli scavezzacollo, i recalcitranti alla disciplina (esistevano ieri come oggi), gli alternativi già facessero scuola e deviavano e facevano deviare dalla logica del buon senso o della buona educazione. Questi al di là dei contenuti o del programma di viaggio, vedevano la gita come occasione per riscattarsi dalla condizione di inferiorità o di deprivazione culturale e intellettuale facendo prevalere il gusto per la trasgressione che “quell’uscir fuori” amplificava nella nascita dei primi amori o nei primi bicchieri di alcolici o di fumate di sigaretta che si provavano per la prima volta.

 Oggi non è più cosi, se si pensa che le stagione degli amori come delle prime sigarette o dei calici di vino sono di gran lunga anticipate, le resistenze economiche e psicologiche della famiglia di lasciare andare i figli sono state abbondantemente superate, in favore di una concezione tristemente consueta di “dare” per riempire spazi e vuoti affettivi e per mettersi (come genitori) a posto la coscienza. Fruire di viaggi oggi più di ieri, davvero è roba per tutti anche se solo pochi riescono a cogliere il senso o la valenza dell’itinerario proposto. Allora vedere la Torre di Pisa o la Galleria degli Uffizi è cosa solo per pochi di buon senso che manifestano di apprezzare i tesori dell’arte e di mostrare rispetto per gli insegnanti (che non devono trasformarsi in balie), rispetto a un buon numero di amici/colleghi molto più interessati alla biondina della classe inferiore o agli scherzi e alle ragazzate dei graffiti sui monumenti, facendo proseliti in chi, per attestarsi segue il branco!!!

Allora, viaggi sì? viaggi no? Un percorso di approfondimento che preceda il viaggio stesso per evitare che non cada all’improvviso ma che consegua ad un evidente ed interessante azione formativa di approfondimento letterario, storico, geografico potrebbe non sminuire il viaggio a “gita fuori porta” sempre più turistica e meno istruttiva. Si avrebbe una ricaduta migliore che restituisca una rinnovata utilità al viaggio d’istruzione senza voler rinunciare a coniugare i momenti di svago e di divertimento con percorsi progettati di crescita emotiva e culturale. Mi piacerebbe pensare, per ridare senso al viaggio d’istruzione, che se ognuno fosse davvero in grado di sapersi gestire ed autocontrollare, avendo rispetto per le cose e le persone, mettendo da parte le intenzioni goliardiche (di cui sono vittima i coetanei malcapitati di turno e soprattutto gli insegnanti, che il più delle volte sono costretti a notti in bianco per aggirarsi nei corridoi o nelle stanze) nessuno sarebbe costretto a pagare le conseguenze di condotte non proprio ineccepibili che la scuola non ha saputo veicolare!!! Solo in tal modo si potrebbe considerare il viaggio d’istruzione non più una nostalgica abitudine ma una consuetudine di una bella trasferta.

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