FRANCO BUFFONI – IL RACCONTO DELLO SGUARDO ACCESO

di ENZO SALERNO

Franco Buffoni, Il racconto dello sguardo acceso, Milano, Marcos y Marcos, 2016

Franco Buffoni, Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti, Novara, Interlinea, 2016.

“Questo è il flusso della vita e il tradurre nella sua accezione più ampia è il nostro vivere e quindi il nostro comunicare”. Una brevissima considerazione sul tradurre – posta in calce alla nuova edizione di Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti – che però potrebbe, alla stessa maniera, funzionare anche per Il racconto dello sguardo acceso, l’ultimo romanzo di Franco Buffoni pubblicato pochi mesi prima della raccolta di saggi dedicati alla teoria e alla pratica della traduzione letteraria. Un esercizio – quello della traduzione – che è segno costante nella vicenda biografica ed intellettuale di Buffoni. Basterebbe, infatti, scorrere la bibliografia del poeta-traduttore e segnalare almeno le versioni dei Romantici inglesi; ricordare l’attività di direttore  – dal 1989 – del semestrale “Testo a fronte”; citare le due antologie di versioni poetiche Songs of Spring e Una piccola tabaccheria.

eeeeeeeeeeeeeeeeeeSpecularmente, l’‘alter ego’ del poeta-narratore-saggista – cioè a dire il traduttore – compare più volte, vestito da ‘personaggio’, nelle opere in prosa e nei testi poetici. Succede, dunque, anche ne Il racconto dello sguardo acceso – romanzo costruito in forma di originale e proporzionato mosaico di quattordici brevi narrazioni che potrebbero però vivere come racconti autonomi – nel quale compaiono due scritti dedicati alla traduzione. Nella prima sezione del libro gli episodi raccontati confermano la misura in cui il tradurre abbia contribuito alla definizione della ‘fisionomia’ intellettuale di Buffoni. Così si legge in “Lotta continua o perpetua?”

Napoli, geniale Napoli. Ai tempi duri di Lotta continua, un militante dall’eloquio efficace era impegnato in opera di proselitismo a Scampia. Tra gli ascoltatori un gruppo di giovani apparentemente interessati a quella lotta che sempre, con ogni mezzo, doveva essere “continuata”. Al termine del comizio uno dei ragazzi si avvicina all’oratore e gli chiede: “Dottò, scusate, io sarei molto interessato…posso fare una domanda?”. “Certo, compagno”, rispose l’oratore ravviandosi i capelli alla Gramsci. E il ragazzo, con un lampo nello sguardo acceso: “Ma proprio continua ha da esse’ sta lotta?”. Non ci stavano pause in quella lotta, come non si trovano pause nell’acronimo SEMPER, che l’amico Pietro Taravacci ha pensato di attribuire al Seminario permanente di poesia e traduzione da lui istituito presso l’università di Trento. E al primo invito, per introdurre il mio libro Guerra uscito nello Specchio nel 2005, raccontai proprio l’aneddoto napoletano…

Nella seconda parte si continua a parlare di traduzione – in particolare sfogliando le pagine intitolate “Il racconto di Babel” – ricordando importanti incontri ‘poietici’: con Pietro Marchesani traduttore di Szymborska; con la scrittrice tunisina di lingua francese Azza Filali; con l’artista elvetico Aurélien Gamboni. Incontri con ‘amici’ che ritornano anche nella nuova edizione – accresciuta nel numero di contributi critici – di Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti: ritorna, ad esempio, la figura del già citato Marchesani: a testimoniare, ancora una volta, l’imprescindibilità di quel fecondo e costante dialogo ‘poietico’ tra traduttore, poeta-traduttore e poeta tradotto.

 

Marchesani adorava le questioni di genere. E io gli raccontavo che Keats nell’Ode to a Nightingale, scrive “I have been half in love with easeful Death, / Called him soft names in many a mused rhyme”…Tante volte sono stato innamorato della morte. E “gli” ho detto parole dolci in poesia…Con “tutti” gli inevitabili sconvolgimenti iconografici destinati a conseguire. Siamo poeti e traduttori di poeti; quindi, per dirla coi versi di Vivian Lamarque: “Vogliamoci bene da vivi di più/ da morti di meno / che tanto non lo sapremo”.

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